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Rosario Fiorello: “I social network mi hanno reso più forte”

Rosario Fiorello visto da diletta parlangeli

Ieri la prima puntata de “#ilpiùgrandepettacolodopoilweekend”. E se è vero, come twittava a fine serata qualcuno, che con il suo ritorno su Rai Uno Fiorello ha definitivamente sdoganato Twitter sui mainstrem media italiani, altrettanto vero è che lui stesso attribuisce al servizio di micro-blogging (e ai social network in generale) un ruolo importante nella sua vita d’artista.

“Mi hanno cambiato e mi hanno reso più forte”, ha infatti spiegato tra il serio e il faceto durante la conferenza stampa di presentazione del suo programma e poi confermato davanti alla nostra telecamera. Tutto puntualmente documentato.

Per un racconto puntuale della “Twitter revolution” di Fiorello, c’è infatti l’ottimo pezzo scritto da Diletta per DNews, di cui trovate l’incipit poco più in basso. Subito sotto invece il video che abbiamo tirato fuori dal brevissimo incontro con lo showman siciliano. C’è da ridere e da riflettere.

Enjoy

(foto: Diletta Parlangeli)

 

Dal Blog di Diletta:

Un uomo cambiato dai social network. O forse uno che ne ha capito le immense potenzialità di attrattiva sul pubblico, e le sta usando tutte. Comunque stiano le cose, Rosario Fiorello sarà il primo a gettare la Rete in prima serata su Rai1, dal 14 novembre. Promette di ospitare ogni puntata 100 dei suoi followers su Twitter (attualmente è “seguito” da 86.576 persone). Reclutati proprio attraverso il sito di micro blogging, potranno scrivere e condividere contenuti direttamente dallo Studio 5 di Cinecittà, dove andrà in onda per 4 puntate “#ilpiùgrandespettacolodopoilweekend”.

L’hashtag (leggi “#”) è un altro tributo al linguaggio del web: al fianco di una sigla o di una parola, serve a rintracciare tutti i contenuti pubblicati su uno stesso argomento e non è un caso che nel pomeriggio proprio sul suo profilo Fiorello discutesse del fatto che ne va trovato un altro, più breve e fruibile. D’altronde, ammette nel corso della presentazione in viale Mazzini: «Ora so’ fuori de testa con Twitter».

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Web3days – Quando l’azienda incontra i social media

Oggi pomeriggio – complice Sergio Maistrello – sarò a Pordenone, ospite di Unindustria, per intervenire durante l’ultima delle tre giornate di formazione previste nell’ambito dell’iniziativa Web3days.

In poche parole, si tratta di una serie di incontri formativi (Day 1, per capire; Day 2, per approfondire; Day 3, per utilizzare) indirizzati agli operatori economici del territorio e realizzati con l’obiettivo di “avvicinare le aziende al tema dei social media e preparare il lancio di un nuovo social network di Unindustria” (i video delle prime due giornate sono disponibili qui).

Il mio contributo consisterà in circa 40 minuti di presentazione con diversi casi studio che raccontano come la nuova rete abbia cambiato il rapporto tra aziende e clienti. Ma anche e soprattutto come qualsiasi azienda, indipendentemente dal settore in cui opera, possa creare valore importando tecnologie e mutuando pratiche dal cosiddetto web2.0.

Nel caso, ci vediamo presso la sede di Unindustria Pordenone a partire dalle 17.30.

Gli Angry Birds volano sempre più alto

Ieri l’annuncio ufficiale: Angry Birds, il mobile game creato da Rovio e lanciato solo due anni fa, ha raggiunto e superato quota 500 milioni di downloads. Nessun altro titolo aveva mai visto numeri simili prima.

Mi sembra una buona occasione per rispolverare l’intervista realizzata a Berlino per L’Espresso con Peter Vesterbacka, Chief Marketing Officer di Rovio, dove il CMO descrive anche il percorso lungo e spesso accidentato con cui la sua azienda è arrivata al successo planetario.

Eccone l’incipit:

‘Così vi ho drogato di Angry Birds’
Più di cento milioni di app vendute. Dieci milioni di giocatori al giorno. Per degli uccelli grassi da buttare contro degli stupidi maiali. Per molti, è quasi una dipendenza. Parla il capo del marketing dell’azienda che li ha lanciati

Sono gli animali “sul piede di guerra” più famosi al mondo. Sono i volatili e i suini creati dalla Rovio, azienda finlandese specializzata nello sviluppo di videogiochi che, pur essendo sul mercato dal 2003, solo di recente ha conosciuto un notevole successo di pubblico. Merito dei molti utenti che hanno fatto e fanno a gara per scaricare sui loro smartphone e tablet “Angry Birds”, titolo caratterizzato da una dinamica di gioco tanto semplice quanto geniale.

Lo scopo del gioco è – per chi ancora non lo conoscesse – lanciare con la fionda degli uccelli visibilmente sovrappeso contro dei maiali verdi, nell’intento di spazzare via questi ultimi per recuperare delle uova. Si gioca con un dito, la grafica è accattivante e gira sui principali terminali touch in commercio (come l’iPhone, l’iPad e gli smartphone equipaggiati con Google Android) oltre che su web browser come Chrome.

Un fenomeno planetario che, come sostengono neanche troppo scherzosamente molti utenti, finisce con il creare una sorta di dipendenza in chi lo usa; ma anche il sintomo di come il mercato dei videogiochi stia rapidamente mutando e, complice la crescente diffusione di device con interfaccia touch, oggi riesca a raggiungere un pubblico sempre più ampio ed eterogeneo, confermandosi come una delle industrie più floride nello spesso dissestato panorama economico mondiale. Industria che vanta tra i suoi player nuovi arrivati dal successo bruciante come Zynga, azienda di San Francisco specializzata nello sviluppo di giochi per browser Internet e piattaforme di social networking come Facebook.

Per capire come e perché ciò stia avvenendo, abbiamo rivolto alcune domande a Peter Vesterbacka, che per Rovio svolge il ruolo di Chief Marketing Officer, incontrato a Berlino durante la Next Conference 2011. «A dodici mesi dal lancio», racconta «avevamo già raggiunto i 50 milioni di download. Era dicembre 2010: a gennaio eravamo già a 75 milioni, a marzo 100 milioni. A questo bisogna aggiungere che abbiamo oltre 50 milioni di utenti attivi ogni mese e più di 10 milioni di utenti attivi al giorno».

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Il Sole24ore apre alla condivisione online dei contenuti

IlSole24ore.com diventa oggi un po’ più “social”. Proprio mentre faccio click sul tasto publish di questo post, sul sito del quotidiano fanno la loro comparsa nuovi strumenti per la condivisione dei contenuti (nome in codice “condividi 24”), organizzati come potete vedere in anteprima nell’immagine accanto.

Nello specifico si tratta di un menù contestuale (vedi immagine) che d’ora in poi apparirà  ogni qualvolta si seleziona una porzione di testo in un articolo e che consente di copiarlo, embeddarlo, inviarlo per mail e ancora rilanciarlo direttamente su Facebook o Twitter. Il servizio viene implementato con un duplice scopo: da un lato per facilitare la condivisione dei contenuti da parte degli utenti e, dall’altro, per “disciplinarla” e sottolinearne il valore. Nella policy del nuovo servizio (vedi immagine), raggiungibile cliccando sulla voce “Info e feedback”, si legge infatti:

Grazie per l’attenzione ai nostri contenuti: ci fa piacere che il nostro lavoro sia apprezzato e diffuso. Con questo servizio mettiamo a disposizione alcuni strumenti per facilitarne la condivisione.

Gli strumenti proposti consentono di condividere una parte rilevante dei contenuti più brevi ed ampie porzioni dei contenuti più lunghi, oltre la quantità che potrebbe essere ritenuta ammissibile dalle norme vigenti in materia di diritto di corta citazione. Per questa ragione, e per eliminare qualsiasi ambiguità, abbiamo ritenuto opportuno associarvi la licenza Creative Commons CC BY-NC-SA.

Per redarre questi contenuti sosteniamo costi importanti; i link nel testo che rimandano al nostro sito e qualche pubblicità che potremmo inserirvi ci aiutano a sostenerli.

Insomma: compiendo un passo importante nella sua non sempre illuminata marcia di avvicinamento alla rete, la versione online del giornale di Confindustria apre agli utenti mettendoli in condizioni di citare “legalmente” fino al 20 per cento di ciascun articolo (fino a 5 righe  nel caso di articoli brevi) e – cosa che mi sembra persino più degna di nota – lo fa finalmente adottando una policy chiara e comprensibile, senza nascondersi dietro il solito, impenetrabile gergo legalese. Non è ancora l’apertura che molti di noi auspicano un po’ da tutti i giornali italiani, ma di certo è qualcosa di più e di meglio che trincerarsi dietro ad un (ormai inutile) “riproduzione vietata” in calce ad ogni pezzo.

Nella stessa schermata che contiene la policy, è presente in basso a sinistra un link alla pagina dei feedback, dove chiunque può lasciare commenti e suggerimenti per migliorare il servizio. Per una volta questi commenti non finiranno seppelliti nella casella di posta elettronica di qualche editor, ma resteranno visibili a tutti stratificandosi nel tempo come fossero commenti in un forum o nel post di un blog. Non resta che vedere se gli utenti avranno voglia di dire la loro, di proporre nuovi modelli di  interazione o funzionalità e se, in presenza di consigli e suggerimenti davvero saggi, chi prende le decisioni vorrà e saprà davvero metterli in pratica.

A questo punto viene da chiedersi perché al Sole si siano risolti a fare questo passo, ma anche che tecnologia abbiano usato e quanto complicato sia stato (tecnicamente e politicamente) portare a casa il risultato. Ho girato queste domande a Stefano Quintarelli, Direttore dell’Area Digital del Gruppo 24 ORE: “In genere ci è riconosciuto un altro livello qualitativo – risponde “Quinta” – ma abbiamo, specie tra i più giovani, un’immagine paludata e di contenuti “difficili”. In questo modo cerchiamo di cambiare tale percezione e, contemporaneamente, di facilitare e stimolare il coinvolgimento di persone che tradizionalmente non sono nostri lettori”. Per quanto riguarda la tecnologia usata, è stato fatto uno studio iniziale “per capire su adottare Javascript o Flash, poi abbiamo optato per flash perché altrimenti alcune cose non sarebbero state realizzabili”.

Rispetto alla complessità affrontata nell’introdurre i nuovi strumenti nel giornale di Confindustria, Quintarelli minimizza: “E’ stato facile sia dal punto di vista tecnico che organizzativo. Per quanto riguarda invece l’accettazione della novità dentro al giornale, è bastato spiegare bene quali siano le dinamiche dei social media a chi non li conosceva e l’adesione al progetto è stata convinta”.

 

 

Su Apogeonline parliamo di dati personali, carburante della nuova economia digitale

E’ solo grazie alla pazienza di Sergio se oggi, dopo mille rinvii, inizio a collaborare con Apogeonline.com. E lo faccio con un pezzo intitolato “Dati personali, il petrolio dell’economia digitale”, frutto di più interviste e contributi messi insieme negli ultimi mesi.

Ecco l’occhiello:

Benzina per il web sociale, ricchezza per chi ci mette le mani sopra. Tra privacy e publicy, il dibattito sulle posture sociali dei cittadini digitali non è mai stato così movimentato.

Ed eccone di seguito i primi due paragrafi, tanto per invogliarvi alla lettura:

Vogliono le nostre identità, sapere cosa pensiamo, sogniamo, desideriamo. Chi sono i nostri amici, quali i nemici, e che genere di relazioni ci legano a loro. Hanno bisogno di seguire ogni nostro movimento, documentarlo, catalogarlo e analizzarlo. Come nello splendido The Matrix, dove software senzienti sottomettono e sfruttano esseri umani trasformati in batterie viventi, così i giganti della rete (quelli con la G maiuscola, per intenderci) ci intrappolano con ogni genere di servizio “gratuito” e si nutrono dello “storytelling” delle nostre vite. O meglio, della sua puntuale rappresentazione digitale in forma di dati personali, mietuti e raccolti come fossero messi con strumenti sempre nuovi e imprevedibili.

PREZZO DA PAGARE
Un incubo? Non necessariamente. Forse è il prezzo da pagare per vivere nella società dell’informazione e forse viviamo davvero nell’era di quella che Stowe Boyd ha definito Publicy, dove contrariamente al passato tutto è pubblico di default e semmai bisogna decidere cosa debba essere privato. Del resto Mark Zuckerberg, giovane fondatore di Facebook, lo va dicendo ormai da anni che «il costume è cambiato e oggi le persone che si connettono online per interagire tra loro preferiscono condividere piuttosto che nascondere». Peccato che il ragazzo pontifichi sull’argomento mentre siede comodamente su un colossale conflitto di interessi.

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Mobile in-app sharing: Twitter batte Facebook 3 a 1

La notizia è che, quando si parla di “mobile in-app sharing”, ovvero di come gli utenti delle app sfruttino l’integrazione tra quest’ultime e i social network per condividere informazioni, Twitter assesta dei sonori schiaffoni persino a Facebook.

Scrive Ryan Kim su Gigaom, citando una ricerca Localytics:

User by user, Twitter integrations on mobile apps drive three times as much sharing as Facebook integrations.

Nel dettaglio, Localytics ha preso in considerazione tutte le applicazioni mobile disponibili su Android, iPhone, iPad, BlackBerry e Windows Phone 7 con più di 500 utenti attivi mensili, mentre il periodo di riferimento va dal gennaio al luglio 2011. Dall’analisi risulta che il 20 per cento di tutte le applicazioni è dotato di funzionalità per la “social integration” attraverso Facebook o Twitter:

Facebook is the most popular social network by far: 10 percent of all apps connected to Facebook only, compared to just one percent of apps that connect to Twitter only. Nine percent of apps connect to both Twitter and Facebook.

La preponderanza di Facebook tra i servizi usati per fare mobile in-app sharing dipende quasi certamente dai numeri sbalorditivi che il Social Network vanta in termini di user. Con 800 milioni di utenti, di cui 350 collegati via mobile, esso risulta chiaramente più appetibile agli occhi degli sviluppatori che non Twitter, mentre l’enorme massa di iscritti fa sì che, in termini assoluti, esso risulti anche essere la piattaforma dove si condivide di più.

Eppure il primato del social network di Zuckerberg è solo apparente:

Compared to Twitter, Facebook overall generated twice as many events, which Localytics counts as sharing, liking or following by a person from an app. But on a pound for pound basis, Twitter won out handily when it came to driving user engagement. The average Twitter user shared three times as many events than the average Facebook user.

Il motivo è probabilmente da ricercarsi nel fatto che su Facebook l’utente medio cerca la condivisione con gli amici, mentre su Twitter ha un approccio più votato al broadcasting e al rilancio rapido di ogni genere di informazioni.

Quale che sia la ragione, se ai findings di Loyalitics aggiungiamo anche che Twitter è recentemente risultato essere il social network attraverso cui si vende meglio, ecco che l’integrazione in-app sin dalle prime fasi di sviluppo si rivela cruciale per chiunque stia sviluppando applicazioni dedicate alla vendita di servizi e prodotti.

The Kindle Fire, its cloud-enabled Silk browser and what they mean to your privacy

Yesterday I had a long chat with Marshall Sponder, independent Web Analytics, SEO/SEM specialist working in the field of market research, social media, networking and PR and blogger at WebmetricsGuru.com. Part of the talking was held in front of a public of professionals attending this event, during which we talked about the main topics in his latest book entitled “Social Media Analytics“.

The rest of the chat took place during the break, when we where outside standing in a sunny and warm roman afternoon. That’s when he told me something I was almost missing about the new Kindle Fire: thanks to its Silk browser and its deep integration with the Cloud, Amazon will know everything about where the users are going online with its new tablet. Which sites they visit, how many times they visit them, for how long, what are they looking for and so on: every single information will be traceable and could be aggregated, analyzed and then used to be eventually changed into money (yes, they’re really good at it).

If the Kindle Fire is going to sell well (and many seem to think it definitely will), soon Amazon will have in place another unbelievably efficient tool to retrieve a huge amount of data on users behaviors, habits and interests. And it will be the only one to gather such a treasure. I don’t know what you think, but I’m quite sure they’re gonna make good business out of that.

Of course, (or shall I say hopefully?), those data bill be aggregated anonymously and users privacy won’t be in danger. But at the same time there no doubt this cloud-enabled browsing is just another eye on our everyday life – quite like the new Facebook Timeline – and that in these days of “Publicy” the idea itself of privacy seems to be slowly fading away.

And if it will, there’s no turning back.

E voi? Ascoltate i social media?

Oggi a partire dalle 11.30 Gianandrea Facchini di Buzzdetector ha organizzato a Roma un evento dedicato al Social Media Listening (partecipazione su invito) diviso in due parti.

Nella prima avrò il piacere di conversare a tu per tu con Marshall Sponder “independent Web Analytics and SEO/SEM specialist working in the field of market research, social media, networking and PR” nonché autore del blog WebMetricsGuru e del bel libro Social Media Analytics.

Nella seconda parte dell’evento modererò invece un panel intitolato “L’ascolto della rete, aspettative e applicazioni” cui prendono parte Manuela Kron, Nestlè Corporate Affairs Director, Marco Muraglia, Starcom Italy CEO, Patrizia Iantorno, Social CRM manager – MSC Crociere, Stefano Mizzella, Social Media Strategist per Openknowledge e Antonio Pavolini, Senior Analyst, Media Industry at Telecom Italia.

Ci sarà da divertirsi.

Click to enlarge

Facebook Timeline is (almost) here

Zuckerberg starring at the  F8 developer Conference:

“Timeline is the story of your life and all the tools you need to express yourself. The beta period starts now”

And there it is:

facebook_timeline

Or better, there’s its presentation. Right now if you try to hit “Sign me up” (in Italy at least) it says the service will be available soon.

Look forward to trying it.