Schwartz si dimette. Con un tweet

Jonathan Schwartz si dimette dal ruolo di CEO di Sun Microsystem e lo fa da par suo.

Dopo essere stato a mio avviso il miglior esempio di CEO blogger in assoluto, Schwartz ha infatti detto addio alla sua azienda semplicemente postando le sue dimissioni su Twitter.

Alla faccia di chi sostiene che non si può dire nulla di significativo in soli centoquaranta caratteri.

Ecco lo screenshot:

schwartz last tweet as Ceo

Il blog? Roba da vecchi

Sempre meno teenager e giovani americani dedicano tempo e impegno al blogging. Lo rivela uno studio di Pew Internet and American Life Project, intitolato “Social Media and Young Adults“, secondo cui solo il 14 per cento dei teenager statunitensi ha ammesso di aver “bloggato” nel 2009, contro il 28 per cento del 2006. Allo stesso modo, la percentuale di giovanissimi che lasciano commenti sui blog è scesa dal 76 per cento di tre anni fa all’attuale 54 per cento, mentre netta è anche la diminuzione dei blogger tra i giovani di età compresa tra 19 e 29 anni, scesa dal 24 per cento del 2007 al 15 per cento del 2009.

Nel rapporto si legge:

Two Pew Internet Project surveys of teens and adults reveal a decline in blogging among teens and young adults and a modest rise among adults 30 and older. Even as blogging declines among those under 30, wireless connectivity continues to rise in this age group, as does social network use.

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Carolyn McCall (GMG): le paywall soffocheranno il nostro giornalismo

Dal Guardian Media Group (GMG), gruppo editoriale dietro Guardian e Observer, prendono ancora una volta posizione contro la messa a pagamento dei contenuti giornalistici online. La prima a schierarsi contro i paywall era stata Emily Bell, digital director di Guardian News & Media (GNM), che aveva definito “stupida” l’idea di far pagare gli utenti. Qualche tempo dopo era poi intervenuto Alan Rusbridger, editor del Guardian, il quale aveva rincarato la dose definendo “folle” pensare che mettere i contenuti online a pagamento potesse bastare da solo a risolvere la crisi dei media.

Ora a prendere la parola è Carolyn McCall, CEO di GMG: in un’intervista con il Financial Times, essa sostiene che non c’è alcuna prova del fatto che i cosiddetti paywalls possano funzionare e generare entrate per i giornali. “It is not really the way the web works”, dice anzi la McCall, e aggiunge: “It is the wrong thing to do right now because the jury is out about whether that is the way consumers are going to get information. We will watch what happens.”

Un approccio che, pur confermando la linea precedente, a ben guardare appare molto più “aperto” e possibilista che in passato. Sebbene infatti il CEO di Guardian Media Group affermi chiaramente che le paywall finirebbero con il “soffocare il nostro giornalismo”, esso ammette contemporaneamente che la sua azienda aspetta di vedere come si evolve la situazione prima di decidere il da farsi. Se a questo si aggiunge che, nel corso dell’intervista, la McCall si lascia anche sfuggire che alcuni “contenuti specialistici” andrebbero pagati e che MGM ha già sottoposto al vaglio “six different pay models”, allora il quadro è completo: il Guardian Media Group non vuole far pagare agli utenti i contenuti online, ma è comunque ancora all’affannata ricerca di un nuovo modello di business che ne garantisca la sopravvivenza.

KublaiCamp 2010

Domani è il giorno del KublaiCamp 2010:

Il KublaiCamp è un evento in stile barcamp sui temi della creatività e dello sviluppo.

È un’iniziativa di Kublai, un ambiente di progettazione e una community promossa dal Dipartimento per le politiche di sviluppo (Ministero dello Sviluppo Economico) che ha deciso di scommettere sui creativi italiani come forza positiva per lo sviluppo. Kublai ha aggregato ad oggi oltre 1500 creativi interessati a sviluppare idee e progetti creativi con ricadute in termini di sviluppo per il loro territorio e per il paese; questa iniziativa si è strutturata in una community, che trovate online qui.

KublaiCamp non è naturalmente rivolto soltanto alla community di Kublai, ma a chiunque sia interessato a discutere di questi temi e progetti, nella traiettoria di sviluppo italiana. Anzi, ci proponiamo di mescolare e condividere i saperi e i punti di vista quanto più possibile. Accademici, artisti, studenti, uomini di impresa, esperti di innovazione, uomini delle istituzioni, amministratori, di tutti i sessi e di tutte le età sono quindi i benvenuti.Sarà una giornata con diversi momenti di incontro e discussione, un’occasione per presentare e parlare di tutti i progetti presenti in Kublai e non solo. Inoltre, ci sarà un momento finale molto importante: l’assegnazione del Kublai Award al miglior progetto creativo per lo sviluppo.

Tutte le informazioni utili le trovate qui.

Per quanto mi riguarda, figli permettendo dovrei essere al KublaiNight di stasera (almeno fino a mezzanotte, ora della poppata) e poi domani al barcamp vero e proprio a partire dall’ora di pranzo.

Nel caso, ci si vede lì

Report: un mondo di connessioni

Il quotidiano britannico The Economist pubblica “A world of connections”, uno report di sedici pagine che mette sotto la lente d’ingrandimento il modo in cui i social network online stanno cambiando il nostro modo di comunicare, lavorare e giocare per poi concludere che, fortunatamente, tali cambiamenti sono quasi sempre per il meglio

Come gli autori stessi spiegano nell’introduzione:

This special report will examine these issues in detail. It will argue that social networks are more robust than their critics think, though not every site will prosper, and that social-networking technologies are creating considerable benefits for the businesses that embrace them, whatever their size. Lastly, it will contend that this is just the beginning of an exciting new era of global interconnectedness that will spread ideas and innovations around the world faster than ever before.

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Lessig, Google Books e il futuro della cultura

Lawrence Lessig dice la sua sull’accordo tra Google e l’associazione degli editori americani, grazie a cui milioni di libri oggi fuori stampa verranno scannerizzati e resi disponibili online attravreso Google Books.

In un lungo saggio, pubblicato su The New Republic e intitolato “For the Love of Culture – Google, copyright, and our future”, il principale sostenitore della riduzione delle restrizioni legali sul diritto d’autore evidenzia i limiti dell’accordo (165 pagine liberamente consultabili), sottolineando in particolare i pericoli per la libera circolazione della conoscenza derivanti dalle attuali leggi sul diritto d’autore.

The deal constructs a world in which control can be exercised at the level of a page, and maybe even a quote. It is a world in which every bit, every published word, could be licensed. It is the opposite of the old slogan about nuclear power: every bit gets metered, because metering is so cheap. We begin to sell access to knowledge the way we sell access to a movie theater, or a candy store, or a baseball stadium. We create not digital libraries, but digital bookstores: a Barnes & Noble without the Starbucks.

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Quando l’avatar ottiene il mutuo

Se avete bisogno di chiedere un prestito o un mutuo, fareste meglio a pesare con attenzione le informazioni che intendete pubblicare sui social network ai quali siete iscritti, così come a scegliere con cura i vostri “amici”.

Secondo quanto rivela un report pubblicato da Erica Sandberg su CreditCards.com, sarebbero infatti già diversi gli istituti di credito che monitorano l’attività sui network sociali dei propri potenziali clienti per capire se possono fidarsi o meno di loro.

Scrive la Sandberg:

The idea here is that banks, credit card companies, mortgage issuers, and other lenders may have stumbled onto what they think is a solid new source of information that can help them determine who makes a good loan risk.

This is highly speculative stuff, of course, but the basic philosophy seems to be that financially sound people tend to cluster around those like them. So if your friends are solid, you must be a good bet.

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Francia, cinque giornalisti racconteranno il mondo visto solo attraverso Facebook e Twitter

Segregati in una fattoria francese come fossero protagonisti del Grande Fratello, per cinque giorni cinque giornalisti non avranno altro contatto con il mondo se non Twitter e Facebook.

Le due piattaforme, che insieme contano circa 400 milioni di utenti, saranno per loro le uniche fonti alle quali attingere per scovare le notizie, selezionarle, verificarle e scrivere il pezzo quotidiano. Sono banditi giornali, televisione, radio e anche cellulari, né sarà loro possibile navigare il web fuori da Facebook e Twitter. Come se non bastasse, ogni giorno i cinque professionisti dell’informazione provenienti da Belgio, Canada, Francia e Svizzera dovranno inviare un servizio ciascuno alle radio per cui lavorano.

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I social network e l’esercito dei conversatori

“Un terzo degli utenti Internet americani posta almeno una volta a settimana il proprio status update su siti di social networking come Twitter e Facebook”.

L’ultimo rapporto realizzato da Forrester Research, intitolato The New Social Technographics, torna a fotografare le abitudini dei “navigatori” statunitensi a circa due anni di distanza dalla sua prima edizione, curata dagli autori del bel libro “L’onda anomala” Josh Bernoff e Charlene Li.

Nella sua prima versione, il rapporto proponeva un’innovativa catalogazione delle varie tipologie di utenti Internet usando la metafora della scala (the ladder of behaviors) e raggruppandoli (dal gradino più basso che a quello più alto) in Inattivi, Spettatori, Socievoli, Collezionisti, Critici e Creatori. Ogni gradino della scala definiva il livello di interazione e partecipazione in rete di una precisa tipologia d’utenti, e oggi quella scala guadagna un nuovo “step”: i Conversatori.

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