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Social TV, lo stato dell’arte in tre mosse

Nella settimana appena trascorsa sono tornato a Londra dove, grazie a Wired, ho potuto seguire il Social Media World Forum Europe 2012. Un evento di valore, ricco di temi, info e spunti articolati in ben sei track di panel e keynote distribuiti su due giorni.

Dovendo scegliere, mi sono dedicato principalmente al tema – veramente interessante e “caldo” – della Social TV. I risultati li trovate di seguito:

Secondo schermo, uno su due naviga in Rete mentre guarda la tv

“In Europa il 50 per cento degli utenti naviga in rete mentre guarda la TV”. Per quanto grande, full hd e tecnologica, magari anche 3D e collegata a Internet, la televisione come la conosciamo oggi non sembra bastare più allo spettatore connesso in rete e attivo sui social network: nell’era della condivisione e del commento a tutti i costi, la nuova moneta corrente, il bene prezioso che gli operatori di settore si devono contendere, è il coinvolgimento dello spettatore. David Nahmani, direttore della divisione Business Development e Partnerships per Orange/France Telecom è tra gli esperti chiamati al Social Media World Forum per raccontare i numeri e le tendenze del fenomeno del secondo schermo.

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Social tv, a caccia di un equilibrio tra tecnologia e contenuti

Lo diciamo da qualche tempo: la Social Tv è fra noi e basta dare un’occhiata ai Twitter trend di ogni settimana per capire quanto ci piaccia chiacchierà delle cose che vediamo sul piccolo schermo. Insomma, l’utente finale, stravaccato sul suo bel divano, si gode una televisione aumentata e ricca di servizi mentre naviga, commenta, chatta e condivide usando il secondo schermo del suo smartphone o tablet. Se non addirittura entrambi. Per chi invece la Tv la produce, non deve essere un momento facile: tanta fatica per creare un palinsesto degno di questo nome, salvo poi scoprire che gli spettatori – un tempo squisitamente passivi di fronte al piccolo schermo – osano addirittura distrarsi.

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Social Tv, gli spettatori al potere

Non ci sono più i telespettatori di una volta. Attenti, disciplinati, fedeli al palinsesto consumavano avidamente show, film, telegiornali e soprattutto pubblicità, anima del commercio e prima fonte di sostegno dei broadcaster. Purtroppo per quest’ultimi, parliamo di altri tempi. Oggi la parola d’ordine è un’altra: “Social Tv è la nuova etichetta sotto la quale oggi raggruppiamo una lunga serie di temi di cui stiamo discutendo ormai da un decennio” spiega William Cooper, fondatore e amministratore delegato di Informitv incontrato ai margini del Social Media World Forum di Londra. “Prima, quando parlavamo di televisione interattiva, per interazione intendevamo quella che avrebbe dovuto esserci tra noi e lo strumento, fruito singolarmente o la massimo nel contesto familiare. Oggi – continua Cooper – le stesse parole indicano invece il modo in cui gli utenti si relazionano tra loro e, appunto, interagiscono l’uno con l’altro mentre guardano la tv”.

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Nelle stanze degli editor Mondadori /2: Francesco Anzelmo racconta Malcolm Gladwell

Secondo video della serie “Nella stanza dell’editor” realizzata per Libri Mondadori. In questa puntata Francesco Anzelmo, direttore editoriale della saggistica Mondadori, racconta il geniale Malcolm Gladwell attraverso il suo ultimo lavoro, “Avventure nella mente degli altri“.

Avventure nella mente degli altri presenta diciannove brevi saggi in cui l’autore dà sfogo alla sua insaziabile curiosità per il quotidiano che lo circonda. Troviamo la storia agrodolce dell’inventore della pillola anticoncezionale, che tentò invano di rendere bene accetta la sua creatura alla Chiesa cattolica, e l’avventura nel marketing di Howard Moskowitz, quando scoprì il principio che “la gente non sa che cosa vuole” e lo applicò alle ricerche di mercato nel campo dei sughi pronti. Facciamo la conoscenza di Ron Popeil, il re della cucina americana, mentre vende girarrosti, e indoviniamo i segreti di Cesar Millan, “l’uomo che sussurra ai cani”, capace di calmare animali selvaggi con il tocco della mano.

buona visione

Su L’Espresso per parlare di PA e software open source

Su L’Espresso in edicola da oggi, intitolato “Partitopoli” (da pagina 114), un nuovo pezzo questa volta dedicato al tema dell’adozione di software open source nella Pubblica Amministrazione. Ne parliamo con Ernesto Belisario (Diritto2.0), Luca Nicotra (Agorà Digitale), Elio Gullo (INPS/ Enpals), Renzo Davoli (Assoli) e Carlo Iantorno (Microsoft Italia)

Come al solito, eccone l’incipit:

In principio era la Provincia di Bolzano. Nel 2009, il caso delle sue 83 scuole di lingua italiana migrate all’open source fece scalpore e fu persino oggetto delle “Good News” di Report su Raitre. E a ragione, visto che i costi si riducevano di un ordine di grandezza, passando 269mila euro l’anno spesi in licenze per sistemi operativi e suite di office automation, a 27mila euro investiti in manutenzione di software libero.

Sono passati quasi tre anni e, con la crisi che incombe e i tagli nella PA, sarebbe lecito aspettarsi che una simile esperienza sia stata replicata un po’ ovunque nel Paese, alleggerendo non poco le spese fatte con i soldi dei contribuenti. Non è così. “A fare scuola a livello internazionale ci sono le esperienze del Governo brasiliano guidato da Lula, che ha operato una transizione quasi totale della macchina pubblica al software libero, e poi ancora quelle del Venezuela o della Francia”, racconta Luca Nicotra, segretario nazionale di Agorà Digitale.

Qui da noi, invece, le esperienze virtuose balzate agli onori della cronaca ci sono ma non sono ancora abbastanza:

(Il resto su L’Espresso in edicola e prossimamente anche online su espresso.repubblica.it)

L’italia delle startup è su L’Espresso

Dov’è l’Italia delle startup” è il titolo dell’ultimo pezzo scritto per L’Espresso e pubblicato sul numero di oggi (“Come ti prendo gli evasori”) dopo aver sentito Marco Palladino (Mashape), Antonio Tomarchio (Beintoo), Marco Magnocavallo (Principia), Gianluca Dettori (DPixel), Barbara Labate (Risparmiosuper), Guk Kim (Cibando), Mirko Trasciatti (Fubles), Max Ciociola (Musixmatch) e Riccardo Donadon (H-Farm).

Eccone di seguito l’attacco, qui più lungo e articolato di quello uscito sul giornale dove è stato ridotto e adattato per motivi di spazio:


Un dollaro a testa. Se nel 2011 il Venture Capital italiano avesse deciso di distribuire tra tutti gli italiani il denaro che ha investito in startup tecnologiche, tanto ci sarebbe arrivato in tasca. Non un soldo in più.

E’ poco? Secondo i dati diffusi a fine dicembre nella ricerca intitolata “Theory Vs Reality – Venture Capital in Europe”, realizzata dagli svizzeri di Verve Capital Partners, il VC nostrano è ultimo tra quelli europei per investimenti in “start-up innovative che potenzialmente possono dare nuova linfa alla creazione di posti di lavoro e pilotare lo sviluppo dell’industria”. Meglio di noi hanno fatto “piccolo nazioni” come l’Austria (10$), il Portogallo (7$) e persino la Grecia (3$).

Quindi sì, è poco: specie in un momento di profonda crisi dei mercati internazionali, dove il mantra è “rilanciare l’economia a tutti i costi”. «Il problema è anche che chi investe in Italia non sa comunicare il proprio operato, trasmettendo l’idea di un mercato immobile che non corrisponde alla realtà», fa tuttavia notare Marco Magnocavallo, imprenditore di lunga esperienza e oggi Partner del Venture Capital italiano Principia (Ex Quantica).

In ogni caso il campanello d’allarme suona forte e chiaro: perché l’Italia non è un Paese per startup? E può diventarlo? Se sì, come?

Lungi dal voler esaurire l’argomento, questo articolo costruito su le testimonianze di chi si “sporca le mani” nel settore vuole essere soprattutto uno stimolo alla discussione sul tema.

Quindi commenti e integrazioni sono – come sempre – benvenuti.

UPDATE: il pezzo è disponibile anche sul sito de L’Espresso

Rosario Fiorello: “I social network mi hanno reso più forte”

Rosario Fiorello visto da diletta parlangeli

Ieri la prima puntata de “#ilpiùgrandepettacolodopoilweekend”. E se è vero, come twittava a fine serata qualcuno, che con il suo ritorno su Rai Uno Fiorello ha definitivamente sdoganato Twitter sui mainstrem media italiani, altrettanto vero è che lui stesso attribuisce al servizio di micro-blogging (e ai social network in generale) un ruolo importante nella sua vita d’artista.

“Mi hanno cambiato e mi hanno reso più forte”, ha infatti spiegato tra il serio e il faceto durante la conferenza stampa di presentazione del suo programma e poi confermato davanti alla nostra telecamera. Tutto puntualmente documentato.

Per un racconto puntuale della “Twitter revolution” di Fiorello, c’è infatti l’ottimo pezzo scritto da Diletta per DNews, di cui trovate l’incipit poco più in basso. Subito sotto invece il video che abbiamo tirato fuori dal brevissimo incontro con lo showman siciliano. C’è da ridere e da riflettere.

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(foto: Diletta Parlangeli)

 

Dal Blog di Diletta:

Un uomo cambiato dai social network. O forse uno che ne ha capito le immense potenzialità di attrattiva sul pubblico, e le sta usando tutte. Comunque stiano le cose, Rosario Fiorello sarà il primo a gettare la Rete in prima serata su Rai1, dal 14 novembre. Promette di ospitare ogni puntata 100 dei suoi followers su Twitter (attualmente è “seguito” da 86.576 persone). Reclutati proprio attraverso il sito di micro blogging, potranno scrivere e condividere contenuti direttamente dallo Studio 5 di Cinecittà, dove andrà in onda per 4 puntate “#ilpiùgrandespettacolodopoilweekend”.

L’hashtag (leggi “#”) è un altro tributo al linguaggio del web: al fianco di una sigla o di una parola, serve a rintracciare tutti i contenuti pubblicati su uno stesso argomento e non è un caso che nel pomeriggio proprio sul suo profilo Fiorello discutesse del fatto che ne va trovato un altro, più breve e fruibile. D’altronde, ammette nel corso della presentazione in viale Mazzini: «Ora so’ fuori de testa con Twitter».

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Jeremy Rifkin Brings the Third Industrial Revolution to Rome (Teatro Valle Occupato)

When Jeremy Rifkin comes to town, it’s worth going to see him and ask a pair of questions. The first time I met him, last year, he was in Rome to talk about what he called  “The Empathic Civilization”.

This time he took a speech about the main topics of his new book, “The Third Industrial Revolution“, which he presented in Rome during a lesson-like event in the wonderful Teatro Valle Occupato.

His talk lasted for about an hour, during which he stated that we’re on the verge of extinction and explained why. Then, he went on explaining what has to be done to “save our planet from ruin” and, in the end, addressed the audience as follows:

“You have to turn this world around. You have to get it right.”

The following video (in English) is a short footage of the event featuring some of the people who where there, the very last part of Rifkin’s speech and a two-questions interview we (Diletta and me) shot with him before he left.

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La “lotta amata” di Frankie Hi-Nrg e Massimiliano Bruno

Frankie Hi-Nrg e Massimiliano Bruno sono a Roma con il loro spettacolo “Potere alle Parole”, in scena al Teatro Ambra alla Garbatella di Roma fino al 23 ottobre (“e poi chissà”).

Con Diletta abbiamo pensato di prender iphone (due), macchina fotografica (una), domande (cinque), sigarette (due pacchetti) ed andare a intervistare la strana coppia per fargli domande tipo “chi ve lo ha fatto fare?”, “ma siete connessi?” e per chiedergli altre cose più serie riguardo a precariato, manifestanti e poliziotti tra G8 (Genova 2001) e 15 ottobre (Roma 2011), Internet  e co-creazione (ma anche Internet e “rimorchio”), un Paese che non vuole saperne di cambiare.

Il tutto mentre nell’aria aleggiavano le note di “Quelli che Benpensano”, spietata e splendida istantanea del nostro presente scattata da Frankie ben quattordici anni fa.

 

Qui alcune foto dello spettacolo “Potere alle parole” fatte da Diletta.

Qui invece è ora disponibile anche la versione HD dell’intervista.