Editori, nuovi modelli di business cercansi

Breve rassegna di news dal mondo dell’editoria planetaria in lotta per la propria sopravvivenza:

2010, l’anno degli e-reader
Secondo Pcworld, l’anno prossimo il decollo delle vendite sancirà finalmente il successo di pubblico per strumenti come Kindle (Amazon), Nook (Barnes & Noble) e la sempre più folta compagnia di loro competitor. Le ragioni sono poche e semplici: “il prezzo è finalmente giusto; sono facili da usare; la tecnologia è in continuo miglioramento; Google sta rendendo disponibili migliaia di libri da scaricare gratuitamente; usare questi oggetti è divertente e leggere fa bene”.

USA, gli editori lavorano all’iTunes delle news
Si vocifera (e la soffiata è del New York Times) che negli USA editori del calibro di Time Inc., CondeNast e Hearst stiano creando insieme un negozio online in stile iTunes, attraverso il quale vendere edizioni digitali (ma anche a stampa) delle loro riviste. Sarebbero previsti persino formati compatibili con cellulari come blackberry e iPhone e con i principali e-readers, segno che gli editori non vogliono proprio lasciare nulla di intentato per salvare la baracca.

L’Independent “le prova proprio tutte”:
Scrive Giuseppe Granieri:

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Lo stato della Rete in Africa

Grazie alla segnalazione di Luca recupero e rilancio la splendida infografica con cui Jonathan Gosier, software developer, scrittore and social entrepreneur ugandese, ha magistralmente riassunto e strutturato molti e interessanti dati sullo stato e sulle prospettive della Rete nel continente Africano.

Alcuni elementi che saltano subito all’occhio: nel 2009, ogni cento utenti internet solo 4 risultano essere africani. Per avere un termine di paragone, basti sapere che 42 sono asiatici, 24 europei e 15 americani.

Il secondo dato di interesse è che il 90% delle connessioni a banda larga domestiche rilevate nell’intero continente sono concentrate i sole cinque nazioni: Sudafrica, Algeria, Egitto, Marocco e Tunisia. Il terzo è che dal 2000 a oggi, l’uso di Internet in Africa è cresciuto del 1359,9%.

Infine un’ultima, preziosa informazione: nei prossimi 2 anni investimenti per due miliardi di dollari porteranno connettività pari a 12 Terabits nella regione.

Se volete immergervi nella consultazione dei grafici di Gosier, non dovete fare altro che scaricarne la versione in alta risoluzione disponibile su Flickr.

 

 

Wikipedia, “contributors” in fuga?

Con 325 milioni di visitatori al mese e tre milioni di contributori attivi, Wikipedia è uno dei più riusciti esperimenti di crowdsourcing al mondo, oltre che il quinto sito per importanza nel web mondiale. Una repository del sapere universale raccolto con il contributo di molti e fruibile a tutti. L’enciclopedia del presente e del futuro.

Uno dei miracoli di Internet reso possibile dalla collaborazione e dalla buona volontà degli utenti che ora, come annuncia il Wall Street Journal citando una ricerca spagnola, improvvisamente vede moltiplicarsi per dieci il numero di “contributors” che abbandona l’attività.

Nei primi tre mesi del 2008 erano stati 4900 i volontari a voltare le spalle a Wikipedia: un calo fisiologico, che in passato era stato regolarmente compensato dal subentro delle “nuove leve”. Ora però la ricerca condotta da Felipe Ortega presso l’Universidad Rey Juan Carlos di Madrid, rivela che le defezioni sono state ben 49mila nel solo primo trimestre 2009.

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2020, il computer si accende con la forza del pensiero

Provate a immaginare di sedervi davanti al vostro computer, accenderlo e iniziare a navigare in Rete oppure a scrivere il testo di una mail usando la sola forza del pensiero. Fantascienza? Non proprio. O forse è il caso di dire “ancora non per molto”.

Secondo i ricercatori di Intel, della Carnegie Mellon University e dell’Università di Pittsburgh, entro il 2020 i chip da impiantare nel cervello per telecomandare con le onde cerebrali ogni genere di apparato usciranno dai romanzi della lettura cyberpunk per entrare nella nostra vita di tutti i giorni. E quindi cambiarla per sempre.

Al momento la ricerca è incentrata sull’individuazione dei “brain pattern”, gli schemi fissi di funzionamento del cervello (evidenziati da una risonanza magnetica funzionale) che poi dovranno essere associati in maniera univoca a parole, immagini, idee e quant’altro passi per la mente di una persona.

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Marten Mikos – Lasciare che i figli imparino ad affrontare i problemi da soli

Marten Mikos, senior vice president di Sun Microsystem, ha tre figli di età compresa tra 12 e 18 anni: «All’inizio ero solito proibire loro l’uso di Internet – racconta – ma ora non più. So che i miei figli possono vedere cose scioccanti e credo debbano saperle affrontare da soli. Io non li sorveglio perché non voglio farli vivere in uno “Stato di Polizia” e perché credo che troverebbero comunque il modo di aggirare regole e restrizioni».

E se oggi dovessero pubblicare in rete informazioni che fra trent’anni potrebbero metterli in imbarazzo? «Andiamo verso un’epoca in cui il problema riguarderà un po’ tutti e quindi smetterà di essere tale. In cui l’aver pubblicato qualcosa di imbarazzante a 15 anni non ci impedirà di essere eletti Primo Ministro a 50». Ma quale consiglio darebbe Mickos ai genitori più apprensivi?

«Fate come fareste nel mondo reale: accompagnate i vostri figli in rete spiegando loro passo passo cosa fare e non fare. Se c’è fiducia, poi saranno loro a venire da voi per chiedervi consiglio quando serve. In ogni caso non sono contrario a bloccare alcuni contenuti, così come quando ero piccolo io mi si impediva di vedere certi programmi alla tv. Attenzione però, – conclude – perché quando si vieta qualcosa a un bambino si scatena la sua curiosità. E’ il limite del semplice proibire».

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Questa breve intervista è parte dello speciale “Bambini a più dimensioni” pubblicato su Nova24 del 14 maggio. Per consultare il resto dell’inchiesta, segui i link di seguito

Vedi anche:
– Il pezzo d’apertura dello speciale “Bambini a più dimensioni”
– David Weinberger: “Educare i figli a discernere il vero dal falso”
– Dave Sifry: “Tutto resterà per sempre documentato in Rete
– Yossi Vardi: Dare ai giovani accesso alla rete e un codice etico per gestirla
– Doc Searls – Tenere i bambini lontano dalla tecnologia il più a lungo possibile
– Joi Ito – Non dobbiamo creare analfabeti digitali
– Maryssa Mayer – Internet porta in dote più benefici che rischi
– Chris Anderson – Navigazione protetta e accesso alle fonti di informazione come Wikipedia

Unfriend è la parola dell’anno

Quando l’innovazione investe la lingua e viene ratificata da un’istituzione come L’Oxford American Dictionary, quello a cui ci troviamo di fronte è inevitabilmente il segno dei tempi che cambiano, una piccola finestra che si apre sul futuro della nostra società.

La notizia di oggi è che la parola “Unfriend” è stata nominata “Word of the Year” dalla prestigiosa istituzione americana. Per chi non dovesse avere dimestichezza con i social network, “to unfriend” significa cancellare un contatto dalla lista dei propri amici in luoghi della rete come Facebook o MySpace.

Altrettanto notevole è il fatto che la Oxford University Press ha dato notizia del fatto sul proprio blog ufficiale, dove vengono spiegate le ragioni  della scelta:

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News online a pagamento, cosa rispondono gli utenti?

Se il futuro delle news online fosse a pagamento, in quanti sarebbero disposti a pagare? E quale cifra? Queste sono probabilmente due delle domande che in questi mesi più tormentano gli editori di tutto il mondo, assediati come sono dalla pesante crisi di settore in atto, dalla necessità di trovare nuovi modelli di business e dalle pressioni indirette generate dalle “rivoluzionarie” iniziative promesse dal magnate dei media australiano Rupert Murdoch.

Qualcuno ha provato a dare delle risposte: il Boston Consulting Group (BCG) ha realizzato una ricerca (citata dal New York Times) che, a conti fatti, non sembra essere esattamente foriera di buone notizie per il settore, specie per chi lavora con il pubblico statunitense.

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Augmented Reality

Immaginate di essere per strada in una città che non conoscete e che visitate per la prima volta. Siete appena arrivati e avete bisogno di un ristorante o di un albergo, di organizzare insomma la vostra permanenza.

Senza pensarci troppo tirate fuori dalla tasca il vostro smartphone, avviate l’Augmented Reality (AR) browser e, in un attimo, sullo schermo compaiono informazioni su ristoranti ed alberghi più vicini, sulla presenza di servizi di trasporto come tram e metropolitane e persino cenni storici sui palazzi più antichi. Il tutto perfettamente sovrapposto (ed è qui la vera innovazione) all’immagine che la telecamera del vostro dispositivo raccoglie in tempo reale dal mondo che vi circonda.

Fantascienza? Tutt’altro.

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Murdoch pronto a fare a meno di Google

Nel post precedente raccontavamo del magnate Rupert Murdoch, della sua intenzione di far pagare gli utenti per tutti i contenuti prodotti dalle sue testate online e, infine, di come l’inizio di questa vera e propria rivoluzione sembri ora destinato a slittare avanti nel tempo per ragioni imprecisate.

Ora scopriamo che il tycoon australiano ha deciso di rilanciare con forza il suo progetto aggiungendo un importante tassello: durante una lunga intervista rilasciata a Sky News Australia, Murdoch ha infatti spiegato che, quando i contenuti delle sue testate online diverranno accessibili solo agli utenti abbonati, farà anche in modo che essi vengano rimossi dal Google Search Index.

Lo scopo è evidentemente quello di impedire che le notizie prodotte dalla News Corp finiscano nell’aggregatore Google News. L’effetto collaterale, tutt’altro che trascurabile, è  l’esclusione delle testate controllate dal magnate australiano anche dal motore di ricerca Google.